Which country does the most good for the world? | Simon Anholt

Which country does the most good for the world? | Simon Anholt

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Language: Italian

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Traduttore: Anna Cristiana Minoli Revisore: Debora Serrentino Di recente ho pensato molto al mondo ed a come è cambiato negli ultimi 20, 30, 40 anni. Venti o trenta anni fa, se un pollo si prendeva il raffreddore, starnutiva e moriva in un remoto villaggio dell'Est Asiatico, sarebbe stata una tragedia per il pollo e i suoi parenti, ma non credo che avremmo temuto una pandemia globale e la morte di milioni di persone. Venti o trenta anni fa, se una banca in Nordamerica prestava troppi soldi a un po' di persone che non potevano permettersi di rimborsare e la banca fosse fallita, sarebbe stato un male per chi aveva prestato e chi aveva preso in prestito, ma non avremmo immaginato che avrebbe messo in ginocchio l'economia globale per più di un decennio. Questa è la globalizzazione. Questo è il miracolo che ci ha permesso di trasbordare corpo, mente, parole, immagini, idee, insegnamento e apprendimento nel mondo
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sempre più rapidamente e in modo sempre più economico. Ha portato tante cose negative, come quelle che ho appena descritto, ma ha portato anche molte cose positive. Molti di noi non sanno dello straordinario successo degli Obiettivi di sviluppo del Millennio molti dei quali sono stati raggiunti molto prima della scadenza. Questo dimostra che questa umanità è capace di fare grandi progressi se unisce le forze e ce la mette tutta. Ma se dovessi riassumere questi giorni, sento che la globalizzazione ci ha sorpresi, e siamo stati poco reattivi. Se osservate i lati negativi della globalizzazione, sembra veramente che sia talvolta travolgente. Tutte le grandi sfide che affrontiamo oggi, come il cambio climatico e i diritti umanitari i problemi demografici, il terrorismo, le pandemie, il narcotraffico, lo schiavismo e l'estinzione delle specie, potrei andare avanti, non stiamo facendo molti progressi
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di fronte a queste prove. Quindi per riassumere, questa è la sfida che affrontiamo oggi a questo punto della storia. È chiaramente quello che dobbiamo fare adesso. Dobbiamo in qualche modo agire insieme e dobbiamo capire come globalizzare meglio le soluzioni in modo da non diventare solo una specie vittima della globalizzazione dei problemi. Perché siamo così lenti a fare progressi? Qual è il motivo? Ovviamente, le ragioni sono diverse, ma forse la ragione principale è che siamo ancora organizzati, in quanto specie, così come eravamo organizzati 200 o 300 anni fa. È rimasto un superpotere al mondo ossia i sette miliardi di persone, sette miliardi di noi che causano tutti questi problemi, gli stessi sette miliardi che li risolveranno. Ma come sono organizzati questi sette miliardi? Sono ancora organizzati in circa 200 stati-nazione, e le nazioni hanno governi
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che creano regole e ci spingono a comportarci in un certo modo. È un sistema abbastanza efficiente, ma il problema è che il modo in cui sono fatte queste leggi e il modo di pensare del governo è assolutamente sbagliato per la risoluzione dei problemi globali, perché è rivolto all'interno. I politici che eleggiamo e il politici che non eleggiamo, nel complesso, hanno una mentalità rivolta all'interno. Non hanno una mentalità rivolta all'esterno. Guardano dentro. Fanno finta, si comportano come se credessero che ogni paese è un'isola che vive felicemente, indipendentemente da tutti gli altri sul proprio piccolo pianeta nel proprio piccolo sistema solare. Questo è il problema: paesi che competono tra di loro, paesi che combattono tra di loro. Questa settimana, come ogni settimana, troverete persone che cercano di uccidersi da un paese all'altro, ma anche quando non accade, c'è competizione tra paesi, ognuno cerca di fregare l'altro. Chiaramente non è una buona soluzione. Chiaramente dobbiamo cambiare.
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Dobbiamo trovare il modo di incoraggiare i paesi a lavorare insieme un po' meglio. E perché non lo faranno? Perché i nostri leader insistono a guardare all'interno? Il primo e più ovvio motivo: è quello che chiediamo loro di fare. È quello che diciamo loro di fare. Quando eleggiamo i governi o quando tolleriamo governi non eletti, stiamo dicendo loro che quello che vogliamo è che realizzino per il paese un certo numero di cose. Vogliamo che diano prosperità, crescita, competitività, trasparenza, giustizia e tutte queste cose. Quindi a meno che non chiediamo ai nostri governi di pensare un po' oltre, di considerare i problemi globali che ci finiranno tutti se non cominciamo a pensarci, allora non possiamo accusarli se continuano a guardare all'interno, se hanno ancora mentalità ristrette invece che mentalità allargate. Questo è il primo motivo per cui le cose non cambiano. Il secondo motivo è che i governi,
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proprio come tutti noi, sono psicopatici culturali. Non voglio essere grossolano, ma sapete cos'è uno psicopatico. Una psicopatico è una persone che, sfortunatamente, non ha la capacità di empatizzare con altri esseri umani. Quando si guardano intorno, non vedono altri esseri umani con vite personali profonde, in tre dimensioni con scopi e ambizioni. Quello che vedono è un cartonato ed è molto triste e solitario, ed è molto raro, fortunatamente. Ma in realtà, non è vero che molti di noi non provano molta empatia? Certo, siamo molto empatici quando si tratta di affrontare persone che ci somigliano che camminano, parlano, mangiano, pregano e si vestono come noi, ma quando si tratta di persone che non lo sono, che non si vestono come noi, non pregano come noi e non parlano come noi, non abbiamo la tendenza a vederli anche noi come dei cartonati? Questa è una domanda che dovremmo porci. Penso sempre che dovremmo tenerla sotto controllo.
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Noi e i nostri politici in un certo senso siamo psicopatici culturali? Il terzo motivo non vale la pena di essere menzionato perché è molto stupido, ma i governi credono che l'agenda interna e l'agenda internazionale sono incompatibili e sempre lo saranno. Non ha senso. Nel mio lavoro quotidiano, sono un consulente politico. Ho passato gli ultimi 15 anni a consigliare governi di tutto il mondo, e in tutto questo tempo non ho mai visto un singolo problema interno che non poteva essere risolto in modo più efficace, rapido e con più immaginazione del trattarlo come un problema internazionale, osservando il contesto internazionale, confrontando quello che hanno fatto gli altri, coinvolgendo altri, lavorando esternamente invece di lavorare internamente. Considerato tutto questo, potreste chiedervi perché non funziona. Perché non possiamo far cambiare i nostri politici? Perché non possiamo chiederglielo? Io, come tutti voi, passo il tempo a lamentarmi di come sia difficile far cambiare le persone,
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e non credo che dovremmo lamentarci. Credo che dovremmo accettare di essere una specie profondamente conservativa. Non ci piace cambiare. Esiste per ragioni evolutive molto sensate. Probabilmente non saremmo ancora qui oggi se non fossimo così resistenti al cambiamento. È molto semplice: migliaia di anni fa, abbiamo scoperto che se continuavamo a fare le stesse cose, non saremmo morti, perché le cose che abbiamo fatto in precedenza per definizione non ci hanno ucciso, e quindi finché continuiamo a farle, staremo bene, ed è molto ragionevole non fare niente di nuovo, perché potrebbe ucciderci. Ma ovviamente, ci sono eccezioni. Altrimenti, non andremmo da nessuna parte. Una delle eccezioni, quella interessante, è quando si può mostrare alla gente che ci potrebbe essere un interesse personale nel fare quell'atto di fede e cambiare un po'. Ho passato gli ultimi 10 o 15 anni a cercare di scoprire quale potrebbe essere quell'interesse personale che incoraggerebbe non solo i politici, ma anche le aziende e la popolazione, tutti noi, a cominciare a pensare un po' più apertamente,
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a pensare ad un quadro più grande, non solo verso l'interno, qualche volta verso l'esterno. È qui che ho scoperto una cosa abbastanza importante. Nel 2005 ho lanciato uno studio chiamato Nation Brands Index. È una ricerca su scala molto grande che intervista una campione molto vasto di popolazione mondiale, un campione che rappresenta circa il 70 per cento della popolazione mondiale, e ho cominciato a fare una serie di domande su come percepiscono altri paesi. Il Nation Brands Index negli anni è diventato un database molto ampio. Sono circa 200 miliardi di dati che tracciano ciò che le persone comuni pensano degli altri paesi e perché. Perché l'ho fatto? Perché i governi di cui sono consulente sono molto ansiosi per come vengono considerati. Sanno, in parte perché li ho incoraggiati a realizzarlo, che i paesi dipendono tantissimo dalla loro reputazione per poter sopravvivere e prosperare nel mondo. Se un paese ha una immagine positiva,
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come la Germania o la Svezia o la Svizzera, tutto è facile e tutto è economico. Arrivano più turisti, più investitori. Si vendono i prodotti a prezzi più alti. D'altro canto, per un paese con una immagine molto debole o molto negativa, tutto è difficile e tutto è costoso. Quindi i governi hanno disperatamente a cuore l'immagine del loro paese, perché fa la differenza su quanti soldi riescono a fare, ed è quello che hanno promesso di fare alla popolazione. Un paio di anni fa, ho pensato di prendere una pausa e parlare a questo gigantesco database e chiedergli, perché la gente preferisce un paese ad un altro? La risposta che mi ha dato il database mi ha completamente sbalordito. Era 6,8. Non ho tempo per spiegare nei dettagli. In sostanza quello che mi ha detto -- (Risate) (Applausi) il tipo di paese che preferiamo sono i bravi paesi. Non ammiriamo i paesi soprattutto perché sono ricchi, perché sono potenti, perché hanno successo,
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perché sono moderni, perché sono tecnologicamente avanzati. Ammiriamo soprattutto i paesi che sono bravi. Cosa intendo per bravi? Intendiamo i paesi che sembrano contribuire in qualche modo al mondo in cui viviamo, paesi che rendono il mondo più sicuro o migliore o più ricco o più giusto. Questi sono i paesi che ci piacciono. È una scoperta di significativa importanza -- vedete dove voglio arrivare -- perché quadra il cerchio. Ora posso dire, e lo faccio spesso, a qualunque governo, per fare bene, bisogna essere bravi. Se volete vendere più prodotti, se volete ottenere più investimenti, se volete diventare più competitivi, dovete cominciare a comportarvi bene, perché in questo modo la gente vi rispetterà e lavorerà con voi. Di conseguenza, più collaborate, più diventate competitivi. È una scoperta abbastanza importante, e non appena l'ho scoperto, ho sentito arrivare un altro indice. Giuro che invecchiando, le mie idee diventano più semplici e sempre più infantili. Questa si chiama Good Country Index, e fa esattamente quello che dice.
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Misura, o almeno cerca di misurare, esattamente quanto ogni paese sulla Terra contribuisce non alla sua popolazione ma al resto dell'umanità. Stranamente, nessuno ha mai pensato di misurarlo prima. Il mio collega Dr. Robert Govers ed io abbiamo passato la parte migliore di questi ultimi due anni, con l'aiuto di un gran numero di persone molto serie e intelligenti, a mettere insieme tutti i dati affidabili del mondo che siamo riusciti a trovare su quali paesi danno qualcosa al mondo. State aspettando che vi dica chi c'è in cima. Ve lo dirò, ma prima di tutto voglio dirvi quello che intendo precisamente quando dico bravo paese. Non intendo moralmente bravo. Quando dico quel paese X è il più bravo paese sulla Terra, e intendo il più bravo, non intendo il migliore. Migliore è una cosa diversa. Quando si parla di bravo paese, si più essere bravi, più bravi o i più bravi. Non è la stessa cosa di buono, migliore e il migliore. È semplicemente un paese che dà di più all'umanità di qualunque altro paese. Non parlo di come si comportano in casa propria perché quello viene misurato altrove.
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Vince l'Irlanda. (Applausi) Secondo questi dati, nessun paese sulla Terra, per abitante, per dollaro di PIL, contribuisce di più al mondo in cui viviamo dell'Irlanda. Cosa significa? Significa che quando andremo a dormire stasera, per tutti noi negli ultimi 15 secondi, prima di addormentarci, il nostro ultimo pensiero dovrebbe essere, accidenti, sono contento che l'Irlanda esista. (Risate) E questo -- (Applausi) -- nel profondo di qualunque grave recessione economica, credo che ci sia una lezione molto importante: riuscire a ricordare i vostri doveri internazionali mentre cercate di ricostruire la vostra economia, è veramente importante. La Finlandia si classifica più o meno allo stesso livello. L'unico motivo per cui è dopo l'Irlanda è che il suo punteggio più basso è più basso di quello dell'Irlanda. L'altra cosa che noterete dei primi 10 è che sono tutti, a parte la Nuova Zelanda,
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paesi dell'Europa Occidentale. Sono anche tutti ricchi. Questo mi ha demoralizzato, perché una delle cose che non volevo scoprire con questo indice è che è puramente territorio dei paese ricchi aiutare i paesi poveri. Non si tratta di questo. Certo, se scendete nella lista, non ho le slide qui, ma vedrete una cosa che invece mi ha reso felice, che il Kenya è nei primi 30, e questo dimostra una cosa molto importante. Non si tratta di soldi. Si tratta di atteggiamento. Si tratta di cultura. Si tratta di un governo e persone che hanno a cuore il resto del mondo e hanno l'immaginazione e il coraggio di guardare all'esterno invece di pensare egoisticamente. Scorrerò le altre slide in modo che vediate i paesi più in fondo. C'è la Germania al 13esimo, gli Stati Uniti sono al 21esimo, il Messico è al 66esimo, e poi abbiamo alcuni dei grandi paesi in via di sviluppo, come la Russia al 95esimo, la Cina al 107esimo. Paesi come la Cina, la Russia e l'India, che è nella stessa zona della classifica,
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in qualche modo non sorprendono. Hanno passato tanto tempo negli ultimi decenni a costruire la propria economia, a costruire la propria società e il sistema di governo, ma si spera che la seconda fase della loro crescita sarà in qualche modo più rivolta all'esterno di quanto non sia stata finora la prima fase. Poi potete suddividere ogni paese in termini di tipo di dati che hanno contribuito. Vi permette di farlo. Da mezzanotte sarà su goodcountry.org, e potete guardare il paese. Potete analizzare i dati individuali. Questo è il Good Country Index. A cosa serve? Serve perché voglio cercare di introdurre questa parola, o reintrodurre questa parola, nel discorso. Ne ho abbastanza di paesi in competizione. Ne ho abbastanza di paesi floridi, sani, a forte crescita. Ne ho abbastanza di paesi felici perché alla fine è sempre egoistico. Si tratta comunque di noi, e se continuiamo a pensare a noi stessi, siamo veramente nei guai.
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Credo che sappiamo tutti cosa vogliamo sentire. Vogliamo sentire di bravi paesi, quindi voglio chiedervi un favore. Non chiedo molto. Dovrebbe essere facile da fare e forse lo troverete anche divertente e di aiuto, ed è semplicemente di cominciare a usare la parola "bravo" in questo contesto. Quando pensate al vostro paese, quando pensate al paese degli altri, quando pensate alle aziende, quando parlate del mondo in cui viviamo oggi, cominciate a usare la parola nel modo in cui ne ho parlato stasera. Non bravo, l'opposto di cattivo, perché è una discussione che non finisce mai. Bravo, l'opposto di egoista, e bravo è un paese che pensa a tutti noi. È questo che vorrei che faceste e vorrei che lo utilizzaste come bastone con cui colpire i vostri politici. Quando li eleggete, quando li rieleggete, quando votate per loro, quando ascoltate quello che hanno da offrire, usate la parola, "bravo", e chiedetevi, "È questo che farebbe un bravo paese?"
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E se la risposta è no, siate sospettosi. Chiedetevi: è così che si comporta il mio paese? Voglio provenire da un paese in cui il governo, a nome mio, fa cose del genere? Oppure, al contrario, preferisco l'idea di girare il mondo a testa alta pensando, "Sì, sono fiero di provenire da un bravo paese?" E tutti vi accoglieranno bene. Tutti negli ultimi 15 secondi prima di addormentarsi diranno, "Dio, sono contento che quel paese esista." Infine, credo, che sia quello che porterà il cambiamento. Quella parola, "bravo", il numero 6,8 e la scoperta che ci sta dietro mi ha cambiato la vita. Credo che possa cambiarvi la vita e credo che possiamo usarlo per cambiare il modo di comportarsi dei nostri politici, e nel fare questo, possiamo cambiare il mondo. Ho cominciato a pensarla diversamente sul mio paese da quando penso a queste cose. Pensavo di voler vivere in un paese ricco, e poi ho cominciato a pensare di voler vivere in un paese felice, ma ho iniziato a rendermi conto, che non è sufficiente.
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Non voglio vivere in un paese ricco. Non voglio vivere in un paese a rapida crescita o in un paese competitivo. Voglio vivere in un bravo paese, e quindi, spero tanto che lo vogliate anche voi. Grazie. (Applausi)

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